È bastata la prima spolverata di neve e le temperature scese sotto lo zero a far scoppiare i boiler (scaldabagni) e a scatenare una ridda di polemiche per tutto ciò che i terremotati dell’entroterra piceno (e non solo loro) sono costretti a dover sopportare. Non bastava aver perso la casa, aver atteso oltre un anno per vedersi assegnare una casetta e poter tornare a vivere all’ombra delle proprie montagne dopo mesi trascorsi lontano. Quando tutto sembrava volgere ad una nuova fase e gli sfollati iniziavano a guardare al futuro con un briciolo di speranza in più ed erano decisi a voltare pagina, si sono ritrovati a dover far fronte ad una serie di contrattempi e difficoltà.

Come quello di ritrovarsi in pieno inverno, come domenica notte, quando fuori la colonnina di mercurio scende di sei o sette gradi sotto lo zero, senza acqua calda. Il tutto perché, evidentemente, chi ha progettato i prefabbricati non ha tenuto conto che andavano installato in zone montane dove solitamente l’inverno è rigido e le nevicate assai probabili. Altrimenti, non sarebbe stata prevista l’istallazione dei boiler sui tetti delle casette le cui tubature scoppiano a causa del gelo. «Se ne stanno rompendo ad una media di almeno tre al giorno – dice sconsolato il sindaco di Arquata, Aleandro Petrucci -. Sono giorni che protesto, è necessario che Arcale (il consorzio che si è aggiudicato la fornitura delle Sae, ndr) ci metta mano e risolva il problema una volta per tutte».

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