(Informazionetecnica.it) Il problema dell’abbattimento delle barriere architettoniche nelle nostre città è prima di tutto un problema culturale. L’attenzione che la politica locale pone per questi temi è sempre estremamente marginale (nei casi più fortunati) se non addirittura nulla.
In genere si pensa che il problema non ci tocchi direttamente o quanto meno interessa solo una piccola fetta di popolazione (i disabili) i quali molto spesso non rappresentano un ambìto “target” elettorale.

Tale visione non è mai stata più lontana dalla realtà!

E la questione investe in modo evidente tanto l’ambito politico e quanto quello tecnico.
L’abbattimento delle barriere architettoniche quando non serve solo al giusto e sacrosanto scopo di rendere la vita dei portatori di disabilità, più semplice e dare ad essi pari dignità, si configura più in generale come intervento atto a rendere più semplici e sicure le attività di vita quotidiana e mobilità dei cittadini che non siano necessariamente disabili; pensiamo agli anziani, ai bambini, alle donne incinte o ai genitori con passeggini… insomma tutta gente comune, “normale” per così dire, che tuttavia dinanzi ad un marciapiede eccessivamente alto, una fioriera mal posta o accessi troppo stretti, scale, rampe troppo ripide, ecc. possono avere forti disagi e una percezione della qualità della vita urbana bassa o quantomeno al di sotto dei livelli di accettabilità.

E quindi quanto mai necessario che vengano attuati quegli strumenti metaprogettuali di pianificazione urbana atti a programmare questa tipologia di interventi che vanno sotto il nome di “P.E.B.A. – Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche”, sempre più disattesi dagli amministratori locali e dalle politiche di pianificazione e gestione del territorio.
Ed è piuttosto singolare che proprio il piano più vicino alla salute, alla sicurezza e al confort dei cittadini, non venga quasi mai preso in debita considerazione nonostante l’obbligo della sua redazione sin dal 1987 (Legge 41/86 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato”).
Possiamo definire il P.E.B.A come uno strumento metaprogettuale, necessario ad avviare procedure coordinate, per eseguire quegli interventi di “attenuazione” dei conflitti uomo-ambiente. È quindi il preludio, la base, sulla quale iniziare tutte quelle azioni di “design urbano” che mirano ad interventi più o meno dedicati. E’ certamente uno strumento di conoscenza al fine di poter iniziare concretamente le azioni di progettazione in grado di mirare all’innalzamento della qualità della rete di servizi, non solo mirando ad interventi tesi all’eliminazione delle barriere architettoniche, ma anche a migliorare la rete dei trasporti pubblici e della mobilità in generale, partendo dalle necessità di chi maggiormente richiede attenzioni, per giungere a definire risposte, capaci di garantire standard di vita urbana elevati a cui mira una città solidale e quindi accessibile.

AD OGGI BEN POCHI COMUNI ITALIANI HANNO ADOTTATO IL PEBA.
Viviamo in contesti totalmente NON A NORMA…passeggiamo dribblando tra pali della pubblica illuminazione, segnaletica stradale verticale, assenze di rampe, auto in sosta e in movimento…come se il marciapiede fosse solo un elemento di “arredo urbano”..!!!
E un non vedente…???

La disabilità appartiene a chi non vede, percepisce, avverte e prova rispetto per chi, sfortunatamente, non può deambulare in piena autonomia. Questa non la definirei nemmeno SENSIBILITÀ’ ma semplicemente RISPETTO delle persone, prima, e delle leggi poi…!!!!

(Scritto da: Arch. Leopoldo Esposito)

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