L’accordo siglato in Germania non è certamente la pura e semplice ripetizione della vecchia battaglia per la riduzione dell’orario legale di lavoro a 35 ore degli anni ’80 e ’90. «Lavorare meno, lavorare tutti» era visto come la risposta alla crescente disoccupazione. Oggi il sindacato della Germania – paese che ha registrato lunghi anni di stasi dei salari, insieme ad aumenti della produttività e piena occupazione, sia pure precaria – punta piuttosto ad aumentare il potere d’acquisto delle buste paga, e a conquistare per i lavoratori «tempo» liberato dal lavoro e dal controllo aziendale, e destinato alla vita e alla sua qualità. Come ha scritto Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl, «la digitalizzazione, l’emergere dello smart working, insieme alla globalizzazione hanno esercitato nei confronti dei lavoratori una pressione verso una maggiore flessibilità ed estensione della prestazione lavorativa nell’arco della giornata. Finora, ciò ha solo avvantaggiato le aziende, spesso a scapito della vita dei lavoratori».

Si apre una stagione nuova? È presto per dirlo, anche se sempre più voci si levano a favore di una riduzione dell’orario a parità di salario, per migliorare la vita e le retribuzioni reali. La necessità di aumentare i salari è stata del resto sottolineata più volte da Mario Draghi, numero uno della Bce, oltre che dal Fondo Monetario Internazionale lo scorso settembre. Voci dell’ortodossia economica, cui però si affiancano anche pensatori «utopici», come il giovane olandese Rutger Bregman e il 65enne belga Philippe Van Parijs, che teorizzano un sistema in cui il «dividendo del progresso» si traduca in un reddito di base per tutti e un orario di lavoro di 15-20 ore settimanali.

Follie europee? Non la pensano così al trendissimo incubatore di startup Y Combinator, a Mountain View, nel cuore della californiana Silicon Valley, dove Van Parijs è stato invitato con tutti gli onori, e dove il meccanismo del reddito di base si sta sperimentando davvero in un’ambiziosa ricerca sul campo in tutti gli Stati Uniti. Per adesso, queste ipotesi sembrano lontane. Nei programmi elettorali si parla di reddito di base, ma in modo confuso, e per nulla di riduzione d’orario. Qualche accordo sindacale in azienda c’è, ma mai o quasi mai a parità di salario. Forse se ne parlerà al tavolo della riforma dei contratti tra sindacati e Confindustria.

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Nei Paesi scandinavi

Diverso è il discorso in altri paesi a bassa disoccupazione, come quelli scandinavi: a Copenhagen negli uffici municipali della capitale danese si sta discutendo un progetto pilota che prevede una settimana lavorativa di 30 ore. Stessa cosa in Svezia, dove in una casa di riposo di Goteborg è stata provata una giornata lavorativa di sole sei ore, con un aumento dei costi salariali (tra l’altro, sono stati assunti lavoratori extra per coprire i turni), ma anche con un netto miglioramento della soddisfazione dei lavoratori, meno assenze per malattia, e gli anziani assistiti molto meglio trattati. Anche alcune imprese private del settore informatico, come Brath Ab e Filimundus, hanno introdotto riduzioni dell’orario di lavoro; a suo tempo ha adottato un turno di sei ore anche la Toyota di Göteborg, ricavandone anche un aumento degli utili.

In Belgio il leader del Partito socialista francofono, l’ex premier Elio Di Rupo, cerca di rivitalizzare il partito – uscito bastonato dalle elezioni – con la proposta della Rctt, la Reduction Collective du Temps du Travail, ovvero 30 ore e 24 minuti a settimana. Un taglio del 20% da conseguire lasciando margini di manovra alla contrattazione sindacale. Del tutto diversa, invece, la linea della Francia di Emmanuel «Jupiter» Macron: la legge di Lionel Jospin sulle 35 ore è ancora in vigore, ma verrà di fatto aggirata e vanificata dalla detassazione delle ore di straordinario lavorato, oggi colpite da un’aliquota speciale del 25%. Una misura costosa, ma fortemente voluta dal Presidente e dagli industriali per incentivare – al contrario – a lavorare di più per guadagnare di più.

(Fonte)

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