Un sarcofago di cemento e acciaio coprirà per almeno 100 anni il reattore esploso nel 1986. Ha impiegato 100 ingegneri e 10mila collaboratori di oltre 30 nazionalità in 7 anni

Esattamente 30 anni fa, l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, nell’allora Unione Sovietica, causò non solo incalcolabili danni ecologici, ma rappresentò anche un’immensa tragedia umana. Ne furono toccate le popolazioni di Russia, Bielorussia e soprattutto Ucraina, che ospitava e ospita il reattore esploso.

Pochi giorni fa a Chernobyl, si è tenuta una cerimonia per celebrare la fine delle operazioni di spostamento del nuovo arco protettivo sul reattore nucleare esploso nel 1986. Un’opera colossale che ha coinvolto molti Paesi, tra cui anche la Svizzera. L’arco non diminuirà i livelli di radioattività del terreno, ma eviterà ulteriori contaminazioni per 100 anni.

Un sistema di martinetti (ossia di “cric”) idraulici impiegherà 5 giorni per posizionare il mastodontico “scudo” costato 1,5 miliardi di euro e finanziato dalla Bers (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo). Una volta assicurata la copertura potranno iniziare i lavori di smantellamento di ciò che rimane del reattore e di stoccaggio dei rifiuti radioattivi ancora presenti al suo interno.

IL SARCOFAGO: LA PRIMA TOMBA

A un’ora di macchina da Kiev sorge un’immensa opera d’acciaio, il New Safe Confinement (NSC): l’enorme costruzione svetta a 180 metri circa dal reattore numero quattro di Chernobyl, esploso il 26 aprile 1986 in seguito a una disgraziata serie di errori operativi che hanno infine causato il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo del reattore stesso con l’aria. Questo ha innescato l’esplosione che provocò lo scoperchiamento dell’edificio. [La storia del disastro di Chernobyl]

La nube dei detriti polverizzati, radioattiva, fuoriuscì producendo l’immediata, pesante contaminazione delle aree immediatamente circostanti (Pripyat e Chernobyl, più o meno equidistanti dalla centrale) e di un’area estesa diversi chilometri, ancora oggi quasi del tutto disabitata e definita Chernobyl Exclusion Zone. Poi, spinta dai venti, viaggiò in Europa e arrivò a sfiorare la costa orientale degli Stati Uniti.

Nei mesi successivi fu messo in atto un progetto disperato e inevitabile, e freneticamente fu costruito il sarcofago, come è stata fin da subito battezzata la volta in cemento che ha ricoperto l’edificio che ospita il reattore esploso.

Il vecchio sarcofago fu costruito a tempo di record e in condizioni estreme per cercare di contenere le emissioni di radioattività all’interno della struttura. Ha funzionato, ma fin da subito ha anche iniziato a deteriorarsi, dall’interno, attaccato da calore e radiazioni: i quasi trenta anni di esposizione trascorsi hanno modificato la composizione del cemento, e lo sfaldamento e la progressione delle fessure che procedono dall’interno verso l’esterno hanno infine reso indispensabile un nuovo progetto di contenimento.

IL NUOVO SARCOFAGO: LA SECONDA TOMBA

Il vecchio sarcofago è stato costruito, dagli operai che vi hanno lavorato, direttamente sopra l’edificio del reattore: in molti hanno pagato con la vita quel lavoro inevitabile e frenetico. Ma ancora oggi il livello delle radiazioni è così alto che nessuno può lavorare neppure nelle immediate vicinanze del vecchio edificio. Come spiega a FocusStanislav Shekstelo, portavoce del complesso della Centrale Nucleare di Chernobyl (ChNPP), l’interno del reattore numero quattro «è un groviglio di metallo contorto, combustibile nucleare vivo e grumi dicorium, una sostanza che ha l’apparenza della lava solidificata che si è formata quando il combustibile fuso si mescolò col metallo con cui veniva a contatto e con il pavimento di cemento su cui poggiava il reattore.

L’edificio è così radioattivo che un uomo, all’interno, ne morirebbe in pochi minuti. Perfino i robot che lavorano all’interno del vecchio sarcofago per rimuovere i detriti non possono rimanere esposti troppo a lungo, perché l’elettronica non regge».

Può darsi, ipotizza Shekstelo, che si arrivi un giorno a uno sviluppo tecnologico tale da poter disporre di mezzi e strumenti adatti alla completa rimozione dei detriti e delle scorie radioattive. Per tutti questi motivi il nuovo sarcofago è una struttura interamente costruita in una zona adiacente l’edificio del reattore, in due grandi pezzi che – quando finiti – dovranno essere fatti scivolare lungo binari, fino a coprire il primo sarcofago.

Oggi, la radioattività è tale da uccidere anche i robot.

Negli anni Novanta il Governo ucraino promosse un concorso internazionale finalizzato a selezionare il miglior progetto per sostituire il vecchio sarcofago. Novarka, un consorzio di imprese francesi formato dalla Vinci Construction Grands Projets e dalla Bouygues Travaux Publics si aggiudicò l’appalto. I lavori, finanziati da oltre 40 Paesi, iniziarono il 13 marzo del 2012 coinvolgendo oltre mille lavoratori provenienti da venticinque nazioni, tra cui ventidue operai e ingegneri italiani. A distanza di tre anni dall’avvio dei lavori si può ammirare a colpo d’occhio lo sviluppo costante del cantiere. Purtroppo i rapporti tra Russia e Ucraina, compromessi dai primi mesi del 2014, hanno provocato una (breve) interruzione dei lavori a causa del ritiro dei fondi e del personale specializzato russo, che è stato però sostituito da quello ucraino.

(tv svizzera – focus)

 

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