Una contaminazione trentennale, silenziosa, gravemente nociva all’uomo e all’ambiente quella provocata dai Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche di produzione industriale che hanno avvelenato il cuore del Veneto, dove l’epicentro vicentino si irradia nel Veronese e nell’Alta Padovana, fino a lambire la Marca trevigiana, il Veneziano e il Polesine, inquinando acque superficiali e falde di un’area estesa su 180 chilometri quadrati e popolata da oltre 300 mila persone.

CINQUE “VERITÀ” CONCLUSIVE. È una verità inquietante, a lungo occultata da menzogne e omissioni, quella che la Commissione parlamentare ecomafie riassume nella relazione conclusiva approvata ieri. Un documento di 98 pagine con cinque capisaldi dai quali risulta: 1) «Che le acque che la Miteni scarica nel depuratore consortile e anche nel torrente Poscola contengono sostanze perfluoroalchiliche, con concentrazioni rilevanti di Pfoa e di Pfos» ( dove l’allusione corre all’azienda chimica di Trissino indagata dalla magistratura e ai composti “persistenti nell’ambiente” provenienti dal suo ciclo di lavorazione); 2) «Che tali sostanze appartengono alla classe dei composti organici alogenati, con la conseguenza che rientrano nell’elenco delle sostanze pericolose»; 3) «Che, per quanto sopra osservato sulla particolare natura dei terreni, le acque contaminate percolano nell’acqua di falda idropotabile»; 4) «Che il principale veicolo dei Pfas è l’acqua, sia per uso potabile che agricolo e zootecnico»; 5) «Che la popolazione esposta assorbe le sostanze perfluoroalchiliche, che si accumulano nel sangue in concentrazioni molto più alte rispetto alla popolazione non esposta».

L’EVIDENZA DEL REATO PENALE. Parole come pietre. Che inducono i commissari a trarre conseguenze inequivocabili sul piano delle responsabilità: «Così descritta la situazione in fatto, appare ben difficile non ritenere la sussistenza del reato di cui all’articolo 439 del codice penale (avvelenamento di acque destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo). In realtà, alla luce della giurisprudenza citata, l’avvelenamento delle acque di cui all’articolo 439 del codice penale sussiste quando le stesse sono potenzialmente idonee a produrre effetti tossico-nocivi per la salute, e non solo inquinate. Afferma ancora la giurisprudenza che non deve trattarsi necessariamente di potenzialità letale, essendo sufficiente che il composto inquinante abbia la potenzialità di nuocere alla salute». Fino alla divergenza rispetto al capo della Procura berica, Antonino Cappelleri, che ha attribuito la difficoltà nel reperire le prove al vuoto normativo in materia: «Non è possibile negare tout court, come sembra sostenere il procuratore della Repubblica di Vicenza, che le sostanze perfluoroalchiliche non abbiano la potenzialità di nuocere alla salute umana, posto che un dato risulta acclarato in modo abbastanza pacifico e, cioè, che i Pfas sono sostanze che, accumulandosi nell’organismo umano, si comportano da interferenti endocrini (in particolare, nel metabolismo dei grassi, con sospetta azione estrogenica) e da sospetti cancerogeni, secondo lo studio del Cnr e la letteratura internazionale».

UNA PRECISA RESPONSABILITÀ. La multinazione di Trissino, per voce dell’ad Antonio Nardone, nega ogni responsabilità e rivendica i progressi compiuti grazie agli investimenti sul versante ambientale. Ma la commissione non concede sconti: «Miteni spa, in seguito alle prescrizioni dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, ha potenziato i sistemi di filtrazione e ciò «ha prodotto qualche miglioramento, con un trend in diminuzione dei Pfas sia in concentrazione, sia in flusso di massa». Progressi insufficienti, perché «l’azienda è insediata in area di ricarica di falda, in presenza di un acquifero indifferenziato, sicché è altamente probabile che questa contaminazione contribuisca all’inquinamento della falda a valle, tanto più che la presenza pluridecennale sul sito di queste tipologie di produzioni fa presagire una contaminazione di natura storica». Affermazioni coincidenti con il rapporto inviato alla Regione (e alla magistratura) dal direttore della sanità veneta, Domenico Mantoan, convinto che la permanenza produttiva di Miteni nel sito sia del tutto incompatibile con l’habitat circostante fitto di falde e risorgive.

QUELLA MINACCIA IN AGGUATO. «La caratteristica che rende potenzialmente pericolosi i Pfas è costituita dal fatto che si accumulano non nel grasso, bensì nel sangue e nel fegato e si legano alle proteine in generale, rendendosi così biologicamente più disponibili, con lunghi tempi di eliminazione dall’organismo», commenta Alberto Zolezzi, medico ospedaliero e deputato del M5S nella commissione Ecomafie «i composti Pfos e Pfoa, poi, possono attraversare la placenta, esponendo i neonati a queste sostanze contenute nel sangue materno». Soluzioni? «La linea Pfas della Miteni deve chiudere, va velocizzata la messa in sicurezza e intrapresa la bonifica dello stabilimento, i lavoratori vanno sottoposti a screening sanitario e il rapporto sul monitoraggio della filiera agroalimentare va pubblicato in tempi rapidi».

MANTOAN, IL DIRETTORE-CAVIA. Chiamato in causa anche Mantoan, che risiede a Brendola, nella “zona rossa” dei veleni: «Il direttore si è sottoposto a cinque sedute di plasmaferesi nell’ambito di un verosimile studio clinico di cui non sono stati resi noti gli esiti, costato 3 mila euro di soldi pubblici. Se il trattamento se è stato efficace va offerto a tutti i veneti contaminati a spese degli inquinatori e di chi ha lasciato fare». (di FILIPPO TOSATTO)

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